In questi anni si è visto intensificarsi il dominio sociale e giornalistico del lessico scientifico (o pseudotale), soprattutto nelle discipline mediche – o sanitarie. Qualunque mezzo di informazione ormai è infarcito di rubriche scientifiche, di inchieste e ricerche di attendibilità in ogni ambito della medicina e della biologia – questo processo arriva quasi poi a violentare completamente alcune discipline come la psichiatria, la psicologia e le neuroscienze in generale. La loro ontologica continuità con le scienze umane le rende più vulnerabili ad attacchi di intellettuali di ogni sorta. Questo riflette ovviamente da un lato una fragilità epistemologica specifica delle neuroscienze e dall’altro una necessità dell’umano attuale – in questo nuovo medioevo – di rivendicare certezze ansiolitiche su diversi aspetti della salute.
Noi operatori che ci muoviamo o meglio cerchiamo di muoverci (stante spesso la carenza di mezzi e strutture) come scientisti e operatori di aiuto nel mondo-della-vita (Husserl) e non nel mondo-del-web-e-TV (?), possiamo evidenziare come spesso stravolgente la relazione di aiuto risulta l’utilizzo di un lessico volgare ed improprio: “chill mio figlio è nu poc iperattiv!!!”; “le insegnanti non riescono a tenerlo fermo sulla sedia!!!”; “dottò ho visto che mio figlio, però un poco anche io, saturiamo tutti i criteri del DSM per l’ADHD…siamo iperattivi!!!”. Questa parola unita ad una voglia (più che reale necessità) di controllo relazionale e situazionale – esigenza di dominio comportamentale, data la richiesta totalizzante di efficienza che la struttura sociale attuale dispone! – propone una richiesta di aiuto presso i distributori di salute, con conseguente imposizione di tale algoritmo diagnostico di “Doctor Net”, a totale detrazione di ogni sorta di setting valutativo specialistico, di ogni relazionalità empatica di aiuto, di ogni attribuzione di fiducia nella contrattualità bidirezionale medico-paziente.
Le parole sono importanti!!! Ed il nostro linguaggio scientifico non può e non deve aprirsi a infinite interpretazioni personologiche, tuttologiche, internettologiche…
Certo questo discorso vale per tutte le discipline mediche. Tuttavia è più difficile vedere dibattiti volgari sul, ad esempio, cancro al polmone – vengono delineati dati e descritti segni specifici di patologia e prognosi… Nel mondo della neuroscienze e del comportamento, invece, ogni giorno vedo e ascolto tanti io penso, secondo la nostra ricerca, questo comportamento andrebbe interpretato come… questa frammentazione teoretica, ma soprattutto semiologica ci ha reso non scientifici!!!
Da un lato il paradigma neurobiologico, lineare, riduzionista e dall’altro il paradigma psicoanalitico ortodosso, interpretativo, soggettivista nelle loro scorse diatribe tra società scientifiche, pubblicazioni e convegni – prevalentemente autoreferenziali – hanno lasciato emergere spesso personalismi di trattamento pseudoscientifici e sociali, quasi da piazza…completamente inutili nel comprendere i fenomeni e soprattutto nell’accogliere le reali esigenze del bisogno clinico (se accertato come clinico!).
Una chiave di lettura interpretativa -ambiziosamente anche risolutiva- che propongo, da un lato integrativa rispetto le succitate discipline e dall’altro rivoluzionaria, è quella di derivazione fenomenologica e relativa all’approccio embodied nei termini di Embodied Cognition (Grounded Cognition, Situated Cognition, Enacted Cognition) sui diversi fenomeni comportamentali (in termini di segni e sintomi) che attengono alla psichiatria, alla neuropsichiatria infantile…non in ultimo circa l’ormai famosa iperattività: restituendo il corpo alla mente forse riusciremo a restituire la semiologia alle neuroscienze, e la scienza alla medicina.
Nel prosieguo proverò a descrivere qualche illuminazione circa tali ambiti scientifici in connessione applicativa con la bistrattata neuropsichiatria infantile…
“Comandante persiano: Spartani! Arrendetevi e deponete le armi!
Leonida: Persiani! Venite a prenderle!”