Sulla Parola Iperattività 2
Con lo scopo di devolgarizzare la parola iperattività, cerchiamo di valutare insieme come la stessa letteratura scientifica nell’ambito della psicopatologia, delle neuroscienze e della psichiatria (infantile e non) propone le sue autocritiche e variazioni di paradigma.
Partirei dal commentare il testo di una importante pubblicazione del Prof. Vittorio Gallese “Neuroscience and Psychopathology” (Psychopathology 2014;47;345-346, Editorial), in cui l’autore introduce una determinante critica ai testi internazionali di categorizzazione delle malattie mentali ed in ultima analisi quindi dei comportamenti umani definibili come patologici – abbisognanti di cura (DSM, ICD)!
Citando ab initio Jaspers ed il suo trattato di Psicopatologia Generale, evidenzia come nel corso di un progressivo allontanamento della psichiatria e della psicopatologia dall’esperienza umana, l’approccio scientifico attuale delle scienze del comportamento abbia strutturato un grave distacco da elementi fondanti della valutazione del “significato” del comportamento umano, della coscienza, della soggettività e dell’intersoggettività.
Riproducendo parte del testo di Herpertz SC and Fuchs T (“Interaction between neuroscience and psychopathology” Psychopathology 2014;1-2) sottolinea come nel DSM IV, 5 e ICD10 i “simple psychopathological concepts” (Items?), proposti in coerenza con una facilitazione statistica di raccolta di dati empirici, si orientano in una descrizione di comportamenti (fenomeni) senza appunto la coscienza e la soggettività dell’umano, senza mediatori significanti.
Ma non è solo questo il punto critico secondo me! Celebrazione e privilegio, pregnanza dell’approccio clinico-descrittivo…ma è veramente descrittivo?!?!?!?
E’ veramente importante, a mio vedere, far rilevare come nel nostro percorso di studi di medicina, psichiatria, psicologia, neurologia, neuropsichiatria infantile, psicopatologia dello sviluppo e susseguenti scuole di specializzazione, master e formazioni varie, manchi una definita disciplina di studio e di ricerca sull’osservazione comportamentale. Qualunque psico-operatore è, nel suo apriori, un osservatore di comportamento a singola o plurime variabili, sistemico, un fenomenologo di fatto – spesso però senza strumenti teoretici né allenamento pragmatico.
Quale medico nel suo percorso non rimane affascinato dalla potenza logico-deduttiva dell’esame neurologico, il suo potere semiologico spesso quasi deterministico negli algoritmi diagnostici (ovviamente negli operatori capaci!) delle diverse patologie? In un’ipotetica analisi comportamentale ravvedete per caso l’analoga scientificità, l’analoga riproducibilità semiologica? Nient’affatto. Vediamo: divergenze interpretative simboliche sui diversi comportamenti, scarni correlati neurofisiologici si incontrano (scontrano) con narrazioni del famoso mondo interno, schemi interattivi nel sistema relazionale impattano con l’analisi del percetto dell’operatore da supervisionare in un momento postumo… e così via fino a scadere in anempatici automatismi prescrittivi dove il percetto, l’intuito seppur fine e di esperienza, viene relegato ad un efficiente problem solver di medicina difensiva!
Invece una rivoluzione copernicana è in atto; il mirroring, l’approccio embodied possono risultare come valido mezzo per ristrutturare la semiologia del comportamento umano, volta a sostanziare e validare la sublime arte osservazionale alla base di tutti i nostri setting valutativi diagnostici in psichiatria e forse ancor di più in neuropsichiatria infantile.
I neuropsichiatri infantili sono tutti sicuramente formati sul valore semiologico del fonema e del grafema, in ordine ad una valutazione neuropsicologica degli apprendimenti accademici; tuttavia gli stessi risulterebbero invece confusi e sorpresi nel dover considerare il valore semiologico del cinèma, in ordine ad una valutazione psicopatologica del comportamento umano (bambino, adulto).
Il cinèma lo potremmo definire come la più piccola unità di azione/movimento percepibile, quindi dotata di “significato”. Movimento del corpo come significante. Corporeità significante.
A questo punto anche una fine descrittività del comportamento umano – da rivedersi in DSM e tassonomie varie, anche quantunque lessicalmente variopinta ed accessibile ad un pubblico ampio – in mancanza nella sua strutturazione di una sostanziale valutazione della corporeità significante, di un’onesta fenomenologia applicata (con anche lettori e studiosi formati in tal senso), diventa argomentazione in lingua “volgare” non specifica, e rischiosamente avvezza a fragilità di tenuta scientifica!
…immaginiamo poi cosa succede quando anche riprodotta e ridescritta da “Doctor Net”, ed utilizzata da ansiosi internauti in ambulatorio!?!?!?